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jueves, 26 de mayo de 2011

Arqueólogos subacuaticos descubren ofrenda mortuoria


Notimex
2011-05-24 19:28:00


México, 24 May. (Notimex).- En un cenote cercano a la pirámide El Castillo, en Chichén Itza, Yucatán, arqueólogos subacuaticos descubrieron una ofrenda mortuoria depositada en la época prehispánica dentro de un nicho natural.
Así como los restos de unos 20 individuos y más de un centenar de elementos de hueso de animales, cerámica y escultura.
Los arqueólogos subacuaticos anunciaron que la ofrenda mortuoria encontrada, probablemente fue depositada durante un ritual de petición de lluvia, que debió celebrarse en los siglos IX y X, cuando los antiguos mayas padecieron dos periodos de sequía en la región.
El Instituto Nacional de Antropología e Historia (INAH), informó que la ofrenda mortuoria se integra de al menos seis individuos, que probablemente fueron sacrificados.
Así como por vasijas de cerámica, cuentas de jade y de conchas, cuchillos de pedernal, bifaciales, artefactos redondos fabricados en concha, huesos de animales y carbón, que probablemente fue empleado en el ritual.
Este descubrimiento fue registrado en el cenote al descender 21 metros hasta llegar al nivel del agua, y luego de sumergirse cinco metros, se encuentra una plataforma natural sobre la pared que conduce a una cueva inundada, a la cual se acceden buceando 25 metros y en la que se hallaron dichos elementos, que por el orden que presenta se dedujo que fueron colocados cuidadosamente.
Además, a 50 metros de profundidad, se encontraron los restos óseos de alrededor de 20 individuos y más de 100 elementos de hueso de animales, cerámica y esculturas, entre las que destacan: un portaestandarte que emula a un jaguar y una figura con anteojeras, semejante a los rostros que aparecen en las vasijas tipo Tláloc.
El arqueólogo subacuático Guillermo de Anda, dijo que el descubrimiento de esta clase ofrendas implica una práctica ceremonial recientemente identificada y en proceso de estudio, que se ha registrado en cinco cenotes de Yucatán.
Asimismo, explicó que la práctica consistió en colocar ofrendas mortuorias en los nichos naturales sumergidos en las paredes de los cenotes, en las que destacan restos humanos que según el experto podrían haber formado parte de un rito funerario.
"Aunque otra hipótesis indica que los individuos depositados de esa manera pudieron haber sido sacrificados" puntualizó de Anda.
El especialista enfatizó que cualquiera que haya sido la razón del ritual, las personas eran colocadas en las paredes del cenote, lo que indica "que las oblaciones pudieron estar dedicadas a las deidades de la lluvia, para pedir agua, en tanto que la antigüedad de las ofrendas coincide con la época en que fuentes documentales refieren a dos intensos periodos de sequía en la zona padecidos en los siglos IX y X".
El arqueólogo, indicó que esas sequías documentadas en estudios paleoclimáticos, han sido atribuidas al denominado Colapso Maya y añadió que los nichos naturales localizados en Chichén Itzá, es el ejemplo más claro y completo de la práctica ceremonial en esta zona.
Referente a la ofrenda mortuoria, mencionó que de acuerdo con las hipótesis de cómo fueron colocados los elementos encontrados, se cree que por la sequía el nivel del agua del cenote pudo haber descendido entre 3 y 5 metros respecto del que tiene hoy, lo que facilitó la llegada hasta esta cavidad.
Finalmente, el arqueólogo subacuático aseguró que este cenote encontrado a dos mil 300 metros de la pirámide El Castillo, nunca había sido explorado, por lo que su contexto esta inalterado.
"A través de análisis de ubicación espacial del material, y una estricta metodología cartográfica y de registro, se ha logrado la descripción de la ubicación precisa de cada elemento en un plano, con lo que se determina que se trata de un sitio ritual semejante al Cenote Sagrado de Chichén Itzá" expresó de Anda.
Este descubrimiento se registró durante los trabajos de investigación en cuevas y cenostes de Yucatán, del proyecto "El culto al cenote" que desarrolla la Universidad Autónoma de Yucatán (UADY), bajo supervisión del INAH.

Fuente: http://sdpnoticias.com/nota/77875/Arqueologos_subacuaticos_descubren_ofrenda_mortuoria

jueves, 12 de agosto de 2010

ARCHEOSUB – LE ANFORE (prima parte)


A cura di Ivan Lucherini
Quanti subacquei hanno desiderato, desiderano, ritrovare nelle loro immersioni i resti di un antico legno, e in questo, un cumulo di anfore che riposano da secoli a testimoniare un naufragio nel mare periglioso degli antichi navigatori? Quanta passione, voglia di conoscere, curiosità, c’è nell’osservare una anfora, un frammento di essa, un ansa, un collo, un puntale?
E ancora: cosa sono le anfore? Come riconoscerle ed identificarle? Come ci possono aiutare a ricostruire gli eventi che sono accaduti durante quel naufragio?
Ma cos’è nella sostanza un anfora? Semplicemente un vuoto a perdere, come tanti che usiamo anche nella nostra epoca, come bottiglie di plastica, cartoni tetrapack, scatole di latta. Un contenitore cilindrico in ceramica cotta in forno, poco depurata, con anse per agevolarne il trasporto, collo più o meno lungo, a volte anche assente – soprattutto nelle forme fenicie e puniche – orlo superiore, che ci aiuta a riconoscerne la forma e puntale per consentirne l’impilaggio nella stiva della nave o l’infissione nella sabbia e in terreni morbidi.


anfore fenicie
anfore fenicie
L’anfora veniva plasmata, assemblata e cotta nei pressi del luogo di produzione del bene che conteneva, vino, olio, salsa di pesce, carne macellata o frutta; arrivata a destinazione, dopo essere stata svuotata del suo contenuto, poteva essere riutilizzata, a volte nelle sepolture[1], come contenitore di oggetti vari[2], frantumata e impastata per la creazione di pavimentazioni[3]. Possiamo quindi tranquillamente dire che la cultura del riutilizzo e del riciclaggio non è concetto moderno di cui possiamo vantare una primogenitura. Perché allora, essendo un bene senza valore, un anfora riveste tanta importanza per l’archeologia subacquea, sopratutto se studiata nella sua originale giacitura? Lo studio dei bolli impressi sull’argilla prima della cottura, la lettura dei tituli picti[4], l’interpretazione delle immagini impresse sul tappo dell’anfora, rappresentano per l’archeologo una fonte incredibile di informazioni. Da questi dati è possibile risalire alla figlina che l’ha prodotta, sapere il nome del commerciante che aveva intrapreso quel commercio, conoscere il nome dell’armatore e collegare questi dati con altri simili, così da poter ricostruire delle vite, e con esse delle attività, immaginare l’ardimento di questi navigatori e condividerne le loro preoccupazioni. Ricostruire in sostanza una parte di quel puzzle della vita che rappresenta il nostro passato. Per questo motivo potrei scherzare dicendo: lasciatecele leggere e interpretare e poi fatene quel che volete, magari anche sfoggiarle nel vostro salotto.

bolli per identificare le anfore
bolli per identificare le anfore
L’archeologia da tempo ha utilizzato lo studio morfologico, la classificazione per tipologie, l’analisi scientifica e archeometrica sui resti e frammenti di anfore o anfore intere per identificarne i luoghi di produzione, le merci trasportate, le rotte seguite dalle navi che caricavano questi contenitori ceramici. Il primo classificatore di anfore fu H. Dressel che studiò precipuamente questi contenitori, concentrando il suo lavoro nell’analisi dei materiali risalenti al periodo in cui si costituì e si sviluppò l’Impero Romano, ovvero dal III-II secolo a.C. al II-III d.C., ovvero dallo scontro con Cartagine, alla prima tetrarchia di Diocleziano.

Egli lavorò prevalentemente analizzando i frammenti di anfore che, nell’accumularsi in una discarica a cielo aperto a Roma, costituirono quello che poi i romani chiamarono monte Testaccio, una vera e propria collina artificiale formatasi con i resti di scarto, soprattutto nella forma Dressel 20, delle anfore che giungevano nella capitale e che qui, dopo essere state svuotate del loro contenuto, venivano eliminate. Egli elaborò una classificazione, che prese il suo nome con 45 tipi e forme diverse. Pur essendo questo lavoro datato e nonostante tutte le modifiche successivamente apportatevi dallo sviluppo della ricerca, la classificazione di Dressel rimane un passaggio fondamentale e un contributo importante nella classificazione dei contenitori anforari nel bacino occidentale del Mediterraneo.
Molti altri studiosi dettero il loro nome ad altri tipi di forme come Almagro, Lamboglia, il padre dell’archeologia subacquea italiana, e poi Pélichet, Beltràn, Ramon, Bartoloni. Mai nessuno riscosse tuttavia, fra il pubblico degli addetti ai lavori e dei semplici appassionati una fama, in questa branca dello studio storico, come quella di H.Dressel.


nomenclatura dell'anfora
nomenclatura dell'anfora
L’esigenza di trasportare il surplus dei prodotti che l’agricoltura produceva divenne sempre più pressante via via che tali prodotti, ma soprattutto gli sviluppi della tecnologia, aumentavano. L’anfora nel tempo si evolse da semplice contenitore a fondo piatto, alle forme che conosciamo, studiate per essere caricate sulle imbarcazioni e quindi con un puntale, per essere impilate fra loro o piantate sulla sabbia all’arrivo della nave nel luogo di destinazione. La logica dello scambio e del commercio, spinse alcune popolazioni a intraprendere navigazioni costiere nel Mediterraneo, alla ricerca delle materie prime di cui le loro terre erano prive.

Per ingraziarsi la benevolenza dei re, nelle terre visitate, era necessario portare doni, che significassero la considerazione con cui questi navigatori tenevano il potente del luogo e fra i doni, i più ambiti erano i crateri di bronzo o di ceramica dipinta per il vino, liquido elemento che mischiato con acqua e aromi naturali quali il miele, era il principale ingrediente del simposio, la riunione degli uomini, dopo la cena, dove si chiacchierava, o si ascoltavano gli aedi cantare le gesta degli eroi; il vino che ottenebrava la mente, prima del sonno e della notte.
Nacque così il commercio emporico del Mediterraneo, nell’evoluzione del rito del dono e dello scambio, nel secondo millennio prima di Cristo e si sviluppò costantemente, fino alla definitiva strutturazione, nella massima espansione dell’Impero Romano. Le fonti storiche, prevalentemente greche, ci parlano dei popoli del vicino oriente, aramei, filistei e fenici che furono tra i primi, dopo l’invasione dei popoli del mare, a percorrere le rotte verso occidente. Siamo nei secoli a cavallo fra la fine del secondo millennio a.C. e gli albori del primo a.C. Gli storici definiscono questo periodo “precoloniale” ovvero il tempo in cui i popoli,  navigando spinti dalla necessità, indagavano il mare Mediterraneo occidentale e le sue coste spopolate o abitate da genti non particolarmente bellicose con cui iniziare lo scambio di merci e porre le premesse della vasta colonizzazione greca e fenicia che fu la protagonista del periodo che va dall’ VIII al VI secolo a.C.
anfore greche
anfore greche
Conosciamo così le anfore fenicie nelle sue forme orientali e delle costituite colonie occidentali in Africa, Spagna e Sardegna, e le anfore Greche della Magna Grecia, ma anche le etrusche e le marsigliesi.
In Italia i laboratori che si dedicavano di produzione delle anfore, chiamati figline (si legge come glicine, con la gl dura) produttrici dei contenitori per il vino, iniziarono a sfornare, il termine è quanto mai adatto, anfore, copiando di fatto, i modelli della Magna Grecia, producendo quelle che in seguito furono identificate dagli studiosi come anfore greco-italiche tarde, derivanti direttamente dai modelli prodotti nelle fiorenti colonie Greche in Puglia, Calabria e Sicilia progenitrici delle famosissime Dressel 1, ma qui siamo già arrivati al II secolo a.C. Ovvero nel momento in cui l’Impero Romano spicca il suo volo verso l’eternità….

(segue ./.)

[1]    Moltissime anfore sono state ritrovate in necropoli in sepolture di persone di basso ceto
[2]    Potrei citare il riutilizzo a Sant’Imbenia, villaggio nuragico nei pressi dell’odierna Alghero in Sardegna, di anfore inizialmente destinate al trasporto del vino poi riutilizzate come deposito di materiale da fonderia
[3]    Si ricordi il cocciopesto romano
[4]    Una sorta di etichetta eseguita con un pennello prima della partenza dell’anfora per la sua destinazione con indicazioni quali il prodotto contenuto, il nome dell’armatore della nave su cui avrebbe viaggiato, il nome del commerciante a cui apparteneva